Gli Optional
A.A.A.Altri articoli di produzione propria

TESTATA:
Repubblica
DATA:
8/11/1997
PAGINA:
39
SEZIONE:
CULTURA
OCCHIELLO:
INTERVISTA AD ANDREA CARANDINI

TITOLO:
UN LEADER DI NOME ROMOLO

SOMMARIO:
La fondazione di Roma non è una leggenda ma realtà storica
confermata dall' archeologia. Esce oggi un monumentale saggio che
fornisce le prove trascurate dagli studiosi. Una ricerca condotta
nel nome di Proust e Jung. Ogni popolo aveva il suo fondatore

AUTORE:
Sergio Frau
TESTO:
"Le tre grandi novità di questo mio libro? Oddio...". Andrea
Carandini si lacera, ci pensa su, soffre un po' e alla fine, però,
gentile estrae dalle 766 pagine del suo monumentale volume La
nascita di Roma (che arriva oggi per Einaudi nelle librerie, lire
110.000), quelle tre schegge che riscrivono, anticipandola, la
genesi della Città Eterna e restituiscono a Romolo quel che -
secondo la leggenda - è di Romolo. " Allora... Prima cosa: salta
il grande tabù stabilito negli ultimi due secoli dagli
storiografi, quella loro inossidabile convinzione che i Romani
avessero inventato di sana pianta in epoca tarda - non prima del
VI secolo a.C.- le loro origini. Ecco, questo non è vero. Seguendo
le tracce dei monumenti e dei miti a ritroso nel tempo io sono
arrivato molto, molto più indietro - tra il 750 e il 725 - tanto
da credere ormai che Romolo, le sue date e la sua leggendaria
fondazione della città sia tutta roba vera. O almeno molto molto
molto verosimile". "...Seconda novità? Il metodo che uso: l'
indagine si svolge tra reperti archeologici e leggende, convinto
come sono che in quel periodo che ci interessa, il mito è realtà e
la storia non è che la sua metafora". E il professore spiega che,
nel cercare di capire - e prendere sul serio - quei Lari che
aleggiavano sul Lazio prima di Roma, gli sono stati utili persino
il Proust della memoria ("Quello che salda insieme un evento
antico all' oggi; come succede a Swann quando d' improvviso rivede
la sua Odette con le stesse sensazioni che sentì la prima volta"),
ma anche lo Jung che sentenzia: "La fantasia non è un oggetto
tangibile ma ciò nonostante è un fatto...". Sulla terza novità
Carandini, costretto a questo gioco della torre, ci pensa ancora
un po' e sceglie: "Aver messo a fuoco il graduale processo che
dalle tribù nel Lazio porta alla fondazione dello Stato che con
Romolo inizia. Quando poi arrivano i Tarquini siamo già alla
maturità di Roma. Altro che fondatori come qualcuno sostiene!". Un
passo indietro, al 1988: scavando scavando, sul versante nord del
Palatino, dietro alla Basilica di Massenzio - dove il professore e
i suoi hanno finora perlustrato diecimila metri quadri - Carandini
s' imbattè in quel muro che gli cambiò la vita.
Dalla terra gli erano saltati fuori grandi moncherini di una
fortificazione e della sua porta. Una sorpresa! Erano più antichi
di ciò che la storiografia di Roma e della sua fondazione - almeno
quella scritta fino ad allora - potesse contemplare: quei blocchi
di tufo rosso e quella terra che li legava insieme erano senza
alcun dubbio precedenti alle mura del VI secolo che tutti
conoscevano. Ma non solo: dovevano essere state particolarmente
importanti visto che per almeno sette secoli e mezzo, fino ad
Augusto (con le nuove fortificazioni che si erano già spostate più
in là togliendo la sua funzione a quella vecchia porta), vennero
continuamente protette e restaurate e rispettate quasi come
monumentali reliquie. Insomma: quella porta e il suo muro dovevano
esser stati sacri fin dall' inizio. Come spiegare sennò i due
sepolcri che Carandini aveva trovato seppelliti lì, proprio sotto
la soglia e sul muro, come si faceva allora per i luoghi di grande
devozione? Anzi: doveva proprio trattarsi del Sacro Recinto di cui
parla Tacito e tutti gli autori che - potendo ancora contare su
scritti, pitture, monumenti arcaici - registrarono senza fatica la
memoria dei fatti più antichi, ancora ben viva nelle famiglie di
allora. Di fatto - diceva Carandini già nell' 88 per ribadirlo ora
con questo libro - quella scoperta non solo riportava alla data
leggendaria del 753 avanti Cristo la fondazione di Roma ma, per di
più, restituiva a Romolo e al suo aratro di bronzo il ruolo di
vero regista di quella genesi: "Perché non crederci?" diceva - e
dice - il professore. "Del resto è ormai dimostrato che miti e
leggende per le civiltà hanno lo stesso senso che i sogni per gli
uomini, contengono spesso qualcosa di vero o almeno di motivato.
Perché non usarli allora? Magari lavorandoci su e dentro? E non
sappiamo, forse, che la tradizione orale può attraversare i secoli
senza deteriorarsi?". La notizia del "Muro di Romolo" saettò
veloce in giro per il mondo per fermarsi sulla prima pagina del
New York Times. Nell' Internazionale degli Archeologi qualcuno,
sportivo, come Ettore Paratore, applaudì. Altri, scettici,
storsero il naso. Come Sandro Stucchi che sentenziò: "Le cose
vanno provate: finora l' unica prova è la presenza di un muro".
Carandini ha raccolto la sfida e quest' ultimo decennio, proprio
partendo da quel muro, l' ha dedicato a ricostruire nel libro il
Big Bang della Roma più antica: ha fatto nuovi scavi e nuove
verifiche, ha rimesso in piedi i pantheon delle popolazioni che
abitavano il Lazio, si è arrampicato sugli alberi genealogici
delle dinastie che le dominavano, ha scandagliato all'
inverosimile il "brodo primordiale" di miti, leggende, reperti
archeologici, fonti scritte... Ha persino resuscitato rituali
antichissimi (come la processione degli Argei, di almeno 50 anni
precedente al Muro, 800 a.C.) magari fossilizzati dentro cerimonie
sopravvissute fino alla Roma degli storici, per cercarvi nuove
tracce, nuove certezze. E, ora, è convinto di averle trovate.
Slargando a riti e miti quel metodo della stratigrafia che si usa
in archeologia per setacciare il passato - una sfoglia di terra e
di tempo dopo l' altra - e chiedendo aiuto all' antropologia, all'
etnologia, alla sociologia, e talvolta, alla fantasia mista all'
intuizione (quella che nelle aule giudiziarie chiamano "l'
evidenza delle circostanze"), Carandini - seppur rassegnato ad
alcune lacune per ora incolmabili nel periodo tra il mille e '800
a. C. - è riuscito a far quadrare tutte le altre tessere del suo
colossale puzzle. E, anche se non è affatto detto che, prima o
poi, non arrivi qualcuno o qualcosa a tentare di sbaraccarglielo,
di certo farà nuovamente gran rumore. Vale la pena di
sintetizzarlo, seppur in scala davvero ridotta. Dunque: si sa per
certo che nell' età dei Tarquini (grosso modo 600-500 a.c.)
avviene una monumentale ristrutturazione mitica che salva dall'
arcaismo latino quel che serve per essere composto con altri miti
e altri plot che arrivano dalla Grecia. E' il periodo precedente
(la "protostoria" di Roma) che ora dà grandi sorprese: dai
primissimi demoni - il Picchio, il Capro, il Lupo - alle fusioni
delle etnie del Lazio, dalle fondazioni di altri abitati come
Lavinio e Alba (1181 e 1151 a.C., secondo gli antichi) ai Lari che
generano Romolo... E bisogna tenere conto - spiega il professore -
che "in quel periodo non è neppure pensabile una fondazione - di
un popolo o di un abitato - senza che vi sia un fondatore: Sabus
regna per primo sui Sabini, non vi sono Siculi senza Siculo, né
Latini senza Latino e, quindi, anche Romani senza il loro Romolo.
Per di più questo loro Romolo ha tutte le carte e le genealogie
giuste per essere Capo". E' , infatti, un po' Giano (che è sempre
presente nelle fondazioni che precedono Roma) ma anche un po' Pico
(il "dio picchio", di buon auspicio ma che poteva anche
accecarti); lo si fa figlio di Marte, ma anche discendente di
Latino e Fauno, re divini prima di lui. Persino mamma Rea Silvia
posseduta da Marte che arriva al volo a fecondarla, serve da
collegamento con altre divinità che lei stessa aveva generato e
con il cotè di Alba e dei suoi re. E la caccia al Dna di Romolo
prosegue, per pagine e pagine e pagine, in una saga dove miti
greci e sacralità laziali si moltiplicano e si mescolano per
fondersi, poi, in questo fondatore-eroe che va a creare Roma
proprio sul Cermalus, l' antico nome del versante del Palatino che
guarda il Tevere, dove Caco, figlio di Vulcano, aveva piazzato
prima di lui la sua regia spelonca, e dove - 700 anni dopo Romolo,
nel 36 a.C. - Ottaviano Augusto andò ad abitare per mostrare a
tutti, da quel luogo sacro, di essere ormai non solo imperatore ma
anche Pontefice Massimo. Dice il professore: "E' paradossale che
molti studiosi non vogliano guardare Romolo per quel che è: un
residuo di avvenimenti mitico-sacrali molto più antichi, come un
pretendente alla successione dei re aborigeni - sempre la
santissima trinità: Pico, Fauno e Latino - già leggendari prima di
lui. E' un leader! E proprio per legittimarsi assorbe in sé tutte
le caratteristiche di chi l' ha preceduto in quel ruolo, riuscendo
a fabbricarsi così un albero genealogico ad hoc per il potere. Una
costruzione sacrale perfetta destinata a conservarsi per secoli e
secoli, quasi mummificata, come le memorie della Casa Romuli o del
Sacro Recinto che il muro scoperto nell' 88 segnava". Quel Muro,
ora - fotografato, studiato, ridisegnato, raccontato centimetro
per centimetro anche nelle Relazioni archeologiche che Carandini
sta per pubblicare - è tornato sotto terra. Gli scavi, tutt'
intorno, proseguono: e altri mozziconi di quell' antica
fortificazione continuano a saltar fuori con il suo fossato che l'
accompagna sempre. Più si scava, più si sa. C' è da giurare che in
futuro nuovi racconti torneranno dal passato di quel colle.
UN TRASFERIMENTO COME QUELLO DI VIALLI UN PO' DI archeologia anche
su di lui. Scavando in due cartelle di ritagli ("Carandini Andrea"
e "Carandini famiglia") riaffiorano le notizie che il professore -
con Romolo da riabilitare - tende a dare per scontate: ora, a fine
mese, farà 60 anni; si è sposato due volte; ha scavato un po'
ovunque nel Mediterraneo; si è occupato anche di Marx e di
schiavi, di mosaici e metodi di ricerca... E, indietro nel tempo:
il padre, Nicolò, uno dei fondatori del Mondo; il nonno Luigi
Albertini, che diresse il Corriere fin quando il fascismo non lo
costrinse ad andarsene... In cartella c' è anche un pezzo del
luglio '92 che ne annuncia con qualche enfasi l' arrivo alla
cattedra di Archeologia classica della Sapienza: "Il 'centravanti'
Schillaci dalla Juve all' Inter; l' 'attaccante' Vialli dalla Samp
alla Juventus; l' 'ala' Lentini dal Torino al Milan. E l'
archeologo Carandini da Pisa all' Università di Roma....".

BOX
E TUTTO POTREBBE DIVENIRE UN ROMANZO UN ALTRO LIBRO già ronza in
testa al professor Carandini: "... Certo, ora che mi sono
sdebitato con la mia coscienza di archeologo, sarebbe bello
tirarne fuori un romanzo, in libertà... Magari immaginandosi un
Tarquinio Prisco che prende in mano uno specchio tipo quello
prenestino e, scrutandone il garbuglio mitologico che lo decora,
comincia a rivivere il passato di quella Roma che lui etrusco ora
governa: le prime capanne, il Tevere che straripa, la natura tutta
da capire che fa ancora paura, le sabine sequestrate, il tempo
ancora da scandire... E visto che i veri antenati di Romolo - la
triade di Lari Pico e Fauno e Latino - non gli sembra più all'
altezza della magnificenza di Roma come ormai è diventata, gli
viene in mente di regalargliene uno nuovo di tutto rispetto:
Enea!"
------------------

 

naviga...